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Una coppia di mattacchioni vi invita a casa loro... Provate a dire di no!

sabato 22 agosto 2015

L'origine: Chi ha paura di Virginia Woolf?



"Chi ha paura di Virginia Woolf?" l'ho scoperto da poco, circa due anni fa, nonostante fosse uno di quei film che rincorrevo da tempo. E' un capolavoro assoluto, una sarabanda magistralmente costruita su un intreccio di parole e situazioni raccontate (più che mostrate). Elizabeth Taylor e Richard Burton si lasciano attraversare da momenti di rabbia, follia, malinconia, odio e amore e offrendo uno scotch con ghiaccio allo spettatore lo scaraventano in un mondo chiuso, asfittico fatto di vuoti e abbandoni, rinunce e sogni perduti.

Raramente capita che testo, regia, messinscena e attori riescano a fondersi in un insieme compatto, praticamente perfetto come in questo caso. C'è sicuramente anche lo zampino del fato: chissà Elizabeth Taylor e Richard Burton avevano più di qualcosa in comune con Martha e George e le loro illusioni infrante. Dicono l'alcol, ma secondo me era qualcosa di più profondo.


Nel film, che è basato sull'omonima piece teatrale di Edward Albee, non accade nulla; l'azione, infatti, si svolge interamente in interni. Tutto inizia con la visita a notte fonda di una giovane coppia apparentemente innocua a casa della figlia del rettore dell'università e di suo marito. I padroni di casa non nascondono ai nuovi venuti una sbornia colossale e una voglia straripante di "giocare", di sfogarsi forse o di vendicarsi. Il giovanotto insegna biologia e mostra un'ambiguità e una freddezza agghiaccianti: è disposto a tutto pur di fare carriera. Dunque ci si muove tra il salotto, il cortile e un deserto locale da ballo (aggiunto nel film, non presente nella piece). Ciò che unisce il tutto in qualcosa di terribile ma credibile è sicuramente la perfezione dei dialoghi che viaggia tra il grottesco e il cinico, passando per il surreale e la farsa. 
Oltre alle frasi e le imprecazioni ci sono i continui riferimenti al passato, e proprio nei dialoghi vanno delineandosi i caratteri dei personaggi: Martha è continuamente in guerra col marito, e non fa altro che provocarlo, riducendolo in briciole in ogni sua aspirazione o fantasia, criticando continuamente ogni sua parola. Lui le tiene testa, non potrebbe fare altrimenti, ma tutto sommato sembra avere un briciolo di pazienza e buonsenso in più. Ma quando c'è da giocare, da distruggere il prossimo con le parole entrambi sono dei maestri. Sono pochi i momenti nei quali Martha e George sono d'accordo su qualcosa.

Le parole sguaiate che escono senza regole e senza rispetto dalle bocche della coppia più anziana (ma non matura!) vanno a costruire passo dopo passo un mondo osceno, malinconico e delirante, nel quale si inventa un figlio per sopperire alla mancanza di un figlio vero o forse solo alla noia, si tenta il tutto per tutto con la figlia del rettore dell'università per far carriera, si sfida continuamente l'altro a inventarsi qualcosa di perfido per rispondere ad una sopraffazione o un'umiliazione... si blatera a vanvera pur di non affrontare il silenzio o il vuoto lacerante.


George e Martha, indiscussi mattatori per tutta la durata del film, si amano e si odiano tra un bicchiere e l'altro, uno sberleffo e un nomignolo. Non hanno problemi, soprattutto lei, a mettere in scena i propri drammi, i rimorsi e i fallimenti di fronte a due mezzi estranei invitati a forza a casa per compiacere il vecchio padre di lei, il rettore. Quasi sembra che senza pubblico la loro vita assuma tinte più disperate, fosche, è proprio davanti a due ragazzotti appena arrivati all'università che i due ritrovano una forza, un istrionismo e una capacità di ingannare il prossimo unici. In certi momenti è difficile distinguere tra il gioco verbale vero e proprio e la realtà, tra un pianto e una risata. Tra la sofferenza e l'anestetizzazione. Ce ne sono tanti di Martha e George in giro per il mondo, e non sempre sono così acuti.




Anche qui la domanda fondamentale, per quel che ho percepito io, ma del resto ciascuno cerca e trova ciò che vuole cercare e trovare, è questa: è più triste una coppia che non nasconde la propria psicosi, il proprio antro sudicio o una coppietta perfetta che, a ben guardare, nasconde intenti e vissuti assai più meschini? E' più difficile sopportare la macabra parabola di due debosciati o il vuoto, il nulla nascosto dietro due faccette impeccabili?
Mi rendo conto che la domanda non è scevra da pregiudizi. Nella domanda c'è la risposta, come accade spesso. Sono umano! Io preferisco i primi due, inutile nasconderlo. Chi viene dal silenzio e dalle atmosfere striscianti chiaramente salverà chi butta tutto fuori, chi ha vissuto l'inferno quotidiano di violenza e rabbia opterà per l'altra... 

Poi ci sarà chi invece non agisce per opposizione, ma per ripetizione, allora le accoppiate saranno: inferno/inferno, ambiguità/ambiguità...

Non è facile creare una fenomenologia dell'umanità, questi sono solo pensieri a vanvera.

Ancora: e se invece entrambe le situazioni non fossero altro che dei modi per esorcizzare la propria frammentazione interiore, il proprio abbandono, dunque due diverse reazioni sullo stesso livello? Ugualmente terribili?

Ci si schiera da una parte o dall'altra, si tifa per l'uno o per l'altro, ma in fondo sopravvivere non è una questione di schieramenti, credo... ma di strategie e temporanee amnesie che si alternano tra loro!


A voi le vostre risposte (dopo aver visto il film, però!).

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